lunedì 20 ottobre 2008

R.porni 6 Il primo (quasi) orgasmo

Mentre mia madre si occupava di sfamare l’amante di turno, il più delle volte mi annoiavo, viceversa nelle giornate di sole trovavo il modo di far passare il tempo. Un giorno d’estate giocando con una mia amica nel prato di casa sua una pagliuzza mi si era infilata dentro le mutande, e fu in quel momenti che provai un solletico diverso. La prima eccitazione… non volevo più levarmela quella pagliuzza di fieno e mi chiudevo le gambe l'un l'altra per farla sfregare il più possibile contro le labbrine ancora glabre; ne avevo vergogna un po', ma non tanta quanta la curiosità... la tenni lì al caldo fino a sera quella paglia di fieno. Quando stavo per rientrare dalla porta di casa, decisi di fare qualche passo indietro e andare a pastrocchiare guardando ben bene da vicino fuori da sguardi famigliari. Sospirando avevo fretta di far muovere ancora di più quella cosina piantata che mi procurava tale senso frizzantino nella sotto le mutandine, che non era orgasmo, ma neppure si poteva dire che non lo era. Un quasi.
La mia casa era adiacente ad un’altra, teneva sulla sua sinistra un muretto barricato da degli alberelli, io mi ci sedetti sopra misi lì e mi calai i pantaloni, abbassando le mutandine presi ancora quella pagliuzza e me la dimenavo avanti e indietro la fighetta che spasimava dolci fluidi, assieme alle corse; ema in men che non si dica, senza accorgermene dalla finestra si affacciò la mia vicina, una signora anziana, probabilmente da dietro la tenda stava guardando già da un po’ la scena, spalancò le finestre e mi disse tra l’imbarazzo e l’incazzato “via di qui…” . Io ancora colante mi tirai su i pantaloni in fretta e poi corsi nella mia camera, e in preda ad un’infinita libido presi il carillon dalla danzatrice girante, da sotto il rettangolo di legno che le faceva da palco girai la chiavetta per caricarlo a più non posso e tra le note, salii sul lettino mi posizionai con uno specchietto davanti a gambe aperte esattamente sopra quella ballerina che ruotava delicatamente in punta di piedi e mani giunte nell’aria che mi si conficcava in quella girotondo nel buchetto ancora intatto ma gudurioso mi faceva socchiudere la bocca e sbavare di saliva come se ogni orifizio fosse già pronto a sbrodolare piacere, per prenderlo e per darlo.

Poi in realtà allora ero timida, anche parecchio, e in quell’estate quando mia mamma mi portava alle giostre di paese per giocare, mi faceva notare le mie coetanee parlare con i ragazzini di poco più grandi; e anche quelle che avevano da poco dodici anni non arrossivano, ma sorridevano compiaciute dai complimenti. Dalla macchina era maggio e guardando fuori dal finestrino mi diceva “eh guarda la Marilù, come se lo lavora quel ragazzetto, impara a fare anche tu così, no!” Ne avrei avuto tutto il tempo. In quelle giostre c’erano gli ormoni che volavano, lì quell’incastro di confusione tra ragazzini e ragazzine che non vedono l’ora di mettersi le mani sotto le magliette, e toccare una qualche fresca nuova rosa carne composta- mentre dalle casse esce la musica spannata da discoteca, e i vocii e le risatine si confondono tra lo zucchero filato rosa, le prime mestruazioni

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